Concorso C.E.I.

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Gli esiti dell’iniziativa che tra il 2013 e il 2015 ha acceso l’attenzione sulla relazione tra committenza e architettura nella realizzazione di tre nuovi complessi parrocchiali

01_esterno-insieme-657x360Nella cronaca degli ultimi anni di attività del Servizio Nazionale per l’Edilizia di Culto della CEI, la vicenda dei Percorsi Diocesani merita un’attenzione tutta particolare. L’iniziativa, che si concentra in soli due anni, tra il 2013 e il 2015, pur nella sua breve vita, costituisce il momento culminante di una riflessione decennale sui rapporti tra committenza e architettura nella realizzazione di nuove chiese.

L’esperienza dei Progetti Pilota aveva ricordato di quali concrete difficoltà fosse intriso il ruolo del committente di un edificio per il culto. Tante voci, dalle amministrazioni ai parrocchiani, dalla diocesi ai tecnici, dovevano trovare rappresentanza in un unico soggetto complesso, che sapesse al tempo stesso definire le richieste di progetto, gestire gli aspetti procedurali del concorso, informare le comunità, guidare i progettisti, curarsi della fattibilità economica delle opere e riflettere sulla loro gestione e manutenzione. I Percorsi Diocesani nascevano in risposta a questa rinnovata attenzione: un esperimento di architettura, sì, ma prima e soprattutto un esperimento di definizione dell’identità della committenza di una chiesa e, viceversa, dell’identità della comunità che in quella chiesa doveva abitare.

Così come per i Progetti Pilota, l’unica edizione dei Percorsi Diocesani ad oggi realizzata riguardava la realizzazione di tre complessi parrocchiali in tre diocesi, distribuite dal nord al sud dell’Italia: Forlì-Bertinoro, Lucca e Monreale. Le parrocchie, scelte in base alla loro disponibilità a seguire il lungo iter concorsuale e in base alla completezza dei progetti di fattibilità già presentati, erano insediate in condizioni geografiche, culturali e sociali tra loro molto diverse: dalla chiesa della Resurrezione del Varignano, un quartiere popolare di Viareggio, alla parrocchia dei Romiti, lungo il fiume Montone, appena fuori dalla città storica di Forlì, al complesso Redemptoris Mater di Cinisi, alle spalle della Montagna Longa, nelle campagne vicino a Palermo.

Dal coinvolgimento del territorio alla valutazione dei progetti

Nello sviluppo di questi tre progetti il Servizio Nazionale ricopriva un ruolo inedito e poliedrico. Se da un lato doveva continuare ad occuparsi dell’ammissibilità delle proposte vincitrici e del finanziamento delle realizzazioni – per il 75% dei costi totali -, dall’altro s’impegnava in prima persona nella programmazione e progettazione delle iniziative di coinvolgimento e supporto delle comunità locali, affiancando attivamente le diocesi: un project manager, insomma, una figura di sostegno degli uffici tecnici locali, una committenza nella committenza.

A partire dal gennaio 2014, i responsabili del procedimento del Servizio Nazionale, insieme con le diocesi e con le amministrazioni pubbliche – in una sorta di “conferenza dei servizi” allargata – si erano impegnati in un percorso collaborativo con le comunità locali, attraverso focus group, seminari tematici, tavoli tecnici, “laboratori di pensiero” e momenti di formazione. Questo lavoro, di paziente radicamento nel territorio, durato oltre undici mesi, aveva poi preso corpo in voluminosi documenti di indirizzo, o DPP, che sono stati il presupposto e il parametro di valutazione di entrambe le fasi del concorso di progettazione.

La volontà della committenza d’incarnare i progetti nei luoghi di appartenenza si manifestava con chiarezza anche nella scelta dei raggruppamenti invitati. Quaranta erano infatti gli studi selezionati per la prima fase di concorso in ciascuna delle sedi: dieci di questi provenivano dalla provincia della parrocchia, dieci dalla stessa regione, e venti erano stati scelti, invece, a livello nazionale. I concorrenti erano chiamati a presentare – entro il termine del marzo 2015 – una tavola e una relazione di metodo, spiegando come avrebbero affrontato il progetto, senza però – almeno nelle intenzioni – proporre alcuna soluzione concreta. Qui, complice la richiesta insolita nel reame dell’architettura, i più si erano smarriti, e le commissioni si trovavano subissate da bozze progettuali anziché da dichiarazioni d’intenti. I dieci raggruppamenti ammessi in seconda fase – le cui fila si arricchivano, in piena continuità con la tradizione dei Progetti Pilota, con almeno un artista figurativo e un liturgista – avevano quattro mesi a disposizione per definire, quindi, un progetto preliminare. Allo stesso tempo, i concorrenti venivano coinvolti in ulteriori incontri e seminari di approfondimento, in un continuo, serrato intreccio tra progetto, committenza e comunità.

Singolari sono state anche le modalità di valutazione dei progetti. La giuria di esperti, veniva affiancata, nella seconda fase, da una giuria parallela, una commissione di parrocchiani, il cui giudizio – seppur non vincolante – dava una misura della risposta delle comunità alle diverse proposte progettuali. Alla fine di questo lungo percorso, nel luglio del 2015, sono stati proclamati i raggruppamentivincitori, guidati, per la parrocchia di Cinisi, dallo studio Kuadra di Cuneo, per la parrocchia del Varignano, dallo studio Tamassociati di Venezia, e per il complesso dei Romiti dall’architetto locale Romano Pretolani e da cavejastudio.

Due anni dopo l’aggiudicazione, i tre complessi parrocchiali si avvicinano alla fine del cammino progettuale, anche questo vissuto in un continuo dialogo con la committenza. È prematuro trarre oggi il bilancio di un’iniziativa che deve ancora dare i propri frutti; è però lecito contribuire al dibattito su questa particolarissima esperienza con un’osservazione e una speranza. L’osservazione è che l’originale volontà di radicamento nei luoghi sembra aver trovato, nei tre progetti vincitori, una risposta concreta, anche se, in ciascuno dei tre casi, a partire da una prospettiva diversa. L’esperimento sembra, da questo punto di vista, un successo. La speranza è invece che questa così serrata adesione delle nuove chiese ai bisogni e alle aspirazioni delle comunità di oggi non si traduca in un limite per le comunità di domani: che non si sia cucito, cioè, un abito sartoriale su un corpo sociale che ancora continua a modificarsi.